Gentile Consigliera Monica Canalis,

rispondo, come da Lei richiesto, in forma scritta alla Sua interpellanza mecc. 2016 03284/002 del 6 luglio 2016 dal titolo “FAMIGLIA O FAMIGLIE, LA SCELTA NON E’ CHIARA”.

Iniziando da un’ovvietà e da un’evidenza: l’ovvietà è che la società è molto più complessa e articolata di quanto si potrebbe pensare. L’evidenza, che la famiglia cosiddetta “tradizionale”, quella composta da uomo, donna e figlie/figli, non costituisce più l’unico modello di famiglia oggi esistente. A dircelo sono proprio le statistiche che rilevano una pluralità di famiglie che oggi vivono nella nostra Città e per le quali (tutte!) un Assessore dovrebbe operare. In particolare, a Torino, le statistiche della nostra Anagrafe Civica (1) ci dicono che nel 2015, a fronte di 84.384 coppie con figli – la cosiddetta “Famiglia” con la effe maiuscola, come si evince dalla Sua interpellanza – vi sono 108.000 donne sole, 84.232 uomini soli, 72.410 coppie senza figli, 36.852 madri sole con figli, 6.791 padri soli con figli, 6.255 padri soli con figli e altri componenti, 5.501 madri con figli e altri componenti, 1.366 coppie senza figli ma con parenti…

Anche considerando il naturale scollamento fra aride cifre e fluida realtà (penso, ad esempio, alle persone che vivono una relazione senza modificare il proprio stato anagrafico), è evidente che la nostra società è sempre più composita. Non crede, Consigliera Canalis, che un Assessore con delega alle politiche per le famiglie debba rivolgere il suo intervento anche o sopratutto alle donne sole e agli uomini soli con figlie e figli, considerato che sono proprio loro ad incontrare spesso le maggiori difficoltà? O dovrebbe forse escluderle in quanto, secondo la sua visione, non costituirebbero famiglia non avendo un uomo, o una donna, al loro fianco? E cosa dire di vedovi e vedove? O, ancora, di famiglie ricomposte, mononucleari, composte da persone di culture differenti, omogenitoriali? Dobbiamo far finta di dimenticarcene perché non rispondono al modello di “famiglia” che è stato maggioritario negli ultimi 80 anni (ma che ora tra l’altro non è più il più diffuso nel paese, come riportano i dati ISTAT dell’ultimo censimento) ?

Dò per scontato che Lei possieda quella sensibilità, o quanto meno quel minimo di capacità politica, che le fa evitare una pubblica posizione contro le famiglie composte da persone sole, famiglie ricomposte, vedovi e vedove, padri e madri single e ogni altra forma di esperienza famigliare, e che quindi il tema di questa interpellanza, mascherata da un gioco di parole, sia in realtà l’espressione di quanti, anche nel suo partito, continuano a sostenere che l’equiparazione delle famiglie composte da gay e lesbiche sia argomento da osteggiare in modo scomposto, lanciando il sasso e poi nascondendo la mano, come ha fatto modificando questa interpellanza da risposta in consiglio a risposta scritta.

Mi prendo un attimo per ricordare come, nel Suo partito, Lei sia in buona compagnia. Ricordiamo bene quando Rosy Bindi, allora ministra, diceva nel 2007 (era l’epoca dei PACS) che «il desiderio di maternità e di paternità un omosessuale se lo deve scordare, è meglio che un bambino cresca in Africa piuttosto che con due uomini o due donne». Oppure le dichiarazioni del suo amico Stefano Lepri (amicizia desunta da fonti stampa), già conosciuto a questi uffici quando affossò, con la complicità di Davide Gariglio, la proposta Manica-Bresso che prevedeva una legge regionale contro tutte le discriminazioni, poi portata a compimento dalla giunta Chiamparino grazie all’assessora Monica Cerutti. E che dire dell’epiteto “checca” usato dal suo compagno di partito Walter Caputo come generico insulto per tutti coloro che non sono abbastanza uomini (“checca è anche chi alza le mani a una donna”).

Utile anche ricordare tutti i tentativi di svuotare l’allora ddl Cirinnà, prima cercando di eliminare tutti i riferimenti alla famiglia, poi inventandosi la formula della “formazione sociale specifica”, infine stralciando la stepchild adoption. Facile fu allora dare la colpa al Movimento 5 Stelle, ma vorrei ricordare che la stepchild adoption non è mai stata messa ai voti e che il M5S si rifiutò di votare non questa, bensì il cosiddetto “canguro” (salvo poi scoprire che era ritenuto illegittimo anche dal presidente del Senato Grasso), resosi necessario dal fatto che una parte consistente della maggioranza (non dell’opposizione) aveva intenzione di affossarla (quella e molto altro) votando in cordata con una parte della minoranza (fra cui spicca la Lega Nord). Infine, mi permetto di ricordare che quella proposta di legge era stata depositata dal Partito Democratico, non dal M5S, un PD che però non era in grado di garantire il sostegno compatto dei suoi alla legge, e ha dovuto cercare il voto delle opposizioni (“escludiamo la possibilità di adottare figli. Su questo c’è accordo in tutto il Pd”, chiariva a La Stampa il già menzionato Stefano Lepri). In tutte le altre riforme (mi viene da dire quelle che al PD – o forse al suo segretario – interessavano davvero), del voto delle opposizioni se ne è sempre fatto tranquillamente a meno.

E ricordo questo non per volontà di abbassare il tono dello scontro al becero battibecco fra partiti.

So bene che non ci si deve nascondere dietro a un dito: buoni o cattivi (e fa sorridere pensare che, su questo tema, le mie e le Sue categorie siano invertite) ci sono in tutti i  artiti e movimenti. Anche all’interno della comunità LGBTQI assistiamo spesso a conversioni sulla strada di Montecitorio. Ma non dimentichiamolo mai: la discriminazione, anche quando questa si esplicita ” solo” attraverso un linguaggio non rispettoso, ha degli effetti. Soprattutto quando proviene da rappresentanti politici e politiche, perché giustifica comportamenti, azioni, volontà di discriminazione ben più ampi e violenti. Come una piramide, la cui cima estrema regge solo grazie ad una base culturale di svalutazione e omo-lesbo-transfobia diffusa.

Perché c’è la “checca” e c’è il “vero uomo” del collega (Suo) Caputo, e le battute sulle donne al volante, e perché no l’avarizia degli ebrei, e l’inferiorità di alcune etnie, la “mafiosità” degli italiani, e potrei continuare per molte pagine. Tutti pregiudizi che nutrono quella cultura diffusa che favorisce la discriminazione, l’insulto, il bullismo, le violenze verbali, fisiche e psicologiche.

Fatto questo breve ma necessario inciso, torniamo al tema delle famiglie.

Gli esempi tratti dai dati ISTAT sull’eterogeneità dei nuclei affettivi ben descrivono la varietà delle famiglie che vivono oggi a Torino e nel resto del mondo, sempre più composite e differenti. Continuare a parlare di famiglia, al singolare, non solo è discriminatorio verso quei nuclei che esprimono legami basati sull’affettività e sulla cura reciproca, ma non trova più riscontro negli studi della sociologia contemporanea. Tale scienza, infatti, più che porre l’attenzione a modelli familiari astratti, si concentra sulle pratiche familiari, analizzando i tanti modi di “fare famiglia”. E cosa vuol dire fare famiglia oggi in Italia? Anche nel nostro Paese sono sempre più numerose le famiglie ricomposte e sempre più frequente è l’esperienza di crescere con una pluralità di figure genitoriali; sono sempre più diffuse le coppie conviventi di sesso diverso e sempre più visibili quelle dello stesso sesso, anche con figli; aumentano inoltre le persone che vivono da sole per periodi più o meno lunghi della loro vita adulta.

L’evoluzione sociale delle differenti tipologie familiari oggi esistenti non è solo studiata dalla sociologia ma si trova presente anche nel diritto e nella giurisprudenza, cui spetta il compito di applicare le leggi generali ed astratte al concreto e particolare della vita delle persone. Nel testo della Sua interpellanza vengono citati alcuni articoli (29, 30 e 31) della Costituzione Italiana e la recente Legge 76/2016 sulla regolamentazione delle unioni civili e delle convivenze. Vorrei sottolinearLe, però, che in nessuno dei tre articoli da Lei citati la nostra Costituzione parla della necessità di diversità di sesso dei coniugi come di condizione indispensabile per contrarre matrimonio.

In realtà il concetto di famiglia non è univocamente definito nell’ordinamento giuridico italiano. L’analisi del diritto positivo dimostra che i modelli di famiglia delineati dal legislatore sono molteplici e cambiano a seconda del contesto di riferimento. La Corte di Cassazione, nella Sentenza 4184/2012, parla in misura esplicita di vita familiare tra i partner dello stesso sesso, secondo la Suprema Corte, infatti, «I componenti della coppia omosessuale… quali titolari del diritto alla ‘vita familiare’ e nell’esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche … possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza appunto di ‘specifiche situazioni’, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata».

Di diritto alla vita familiare, d’altra parte, parla l’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, e, sulla base di tale articolo e dell’interpretazione evolutiva del divieto di discriminazioni di cui all’art. 14, in numerose sentenze la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto la piena legittimità di modelli familiari “altri” rispetto a quello tradizionale della coppia coniugata eterosessuale con figli biologici di entrambi i partner.

La celebre pronuncia “Schalk and Kopf c. Austria” (24 giugno 2010), ha per la prima volta incluso la relazione omosessuale nella vita famigliare di cui all’art. 8 della suddetta CEDU («Data quest’evoluzione [sociale e giuridica] la Corte ritiene artificiale sostenere l’opinione che, a differenza di una coppia eterosessuale, una coppia omosessuale non possa godere della vita familiare ai fini dell’articolo 8. Conseguentemente la relazione dei ricorrenti, una coppia omosessuale convivente con una stabile relazione di fatto, rientra nella nozione di vita familiare, proprio come vi rientrerebbe la relazione di una coppia eterosessuale nella stessa situazione»).

Rispetto alla responsabilità genitoriale esercitata dalle coppie omogenitoriali, Le ricordo la recente Sentenza della Corte di Cassazione n. 19599/2016 con cui la Suprema Corte riconosce la trascrivibilità dell’atto di nascita, registrato all’estero, di un bimbo figlio di due madri. Secondo la Cassazione, infatti, “la nozione di vita familiare nella quale è ricompresa l’unione tra persone dello stesso sesso non presuppone neppure necessariamente la discendenza biologica dei figli, la quale non è più considerata requisito essenziale della filiazione. E, comunque, tale requisito sussiste nel caso in esame, avendo una donna partorito e l’altra donato il proprio patrimonio genetico”.

La Legge 76/2016 ha disposto che riguardo alle adozioni della/del figlia/figlio del partner spetta alla magistratura pronunciarsi caso per caso, sulla base di quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti. E su tale materia si era già pronunciata la Corte d’Appello di Roma, nella sua Sentenza del 23 dicembre 2015 in cui ha confermato la sentenza del tribunale dei Minorenni di Roma del 30 luglio 2014, che riconosceva l’adozione di una bambina da parte della compagna e convivente della madre biologica. La Corte ha riscontrato che la minore vive con naturalezza la propria storia e realtà familiare, in un contesto che rassicura rispetto alle necessità del minore di affetto, ascolto, sostegno e sicurezza, e che l’adozione consente di assicurare al minore rapporti giuridici che corrispondano ai rapporti affettivi concretamente realizzatisi.

Sul piano giuridico la sentenza si basa sull’interpretazione estensiva dell’articolo 44 della legge sulle adozioni, la n. 184 del 1983, il quale stabilisce le eccezioni alla regola secondo cui i bambini possono essere adottati solo da un uomo e da una donna uniti in matrimonio.

Con la Sentenza 12962/2016 la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata sull’adozione “in casi particolari” prevista dalla legge 184 del 1983 e ha confermato la predetta Sentenza della Corte d’Appello di Roma. Successivamente all’approvazione della Legge 76/2016 vi sono già state numerose sentenze, di cui due nella nostra città, che hanno permesso l’adozione della/del figlia/figlio da parte del genitore sociale, consentendo così il rispetto della vita e dell’identità familiare.

La Giunta Appendino, pertanto, vuole concretamente rispondere ai bisogni della complessa e articolata realtà delle tipologie familiari oggi presenti a Torino. Proprio per questo ha deciso di riflettere tale complessità già a partire dal nome della delega assessorile, denominata appunto Politiche per le Famiglie. E’ una decisione politica? Sì, lo è, ed è stata più volte rivendicata anche con forza, perché occorre avere il coraggio di testimoniare le proprie scelte e di portarle avanti con azioni simboliche e concrete.

Concreto è stato, ad esempio, il passo avanti fatto dal Comune nel garantire diritti certi alle sue e ai suoi dipendenti in unione civile. Recependo una sentenza della Corte Costituzionale che allarga ai conviventi more uxorio i diritti concessi dalla legge 104 (in particolare, i permessi retribuiti per assistere il o la convivente con handicap in condizione di gravità), il Comune di Torino, primo in Italia, ha esteso tale diritto anche a dipendenti in unione civile che vivono una medesima situazione. L’estensione del diritto prevede inoltre la possibilità, per i e le dipendenti in unione civile, di usufruire del congedo matrimoniale, dei congedi parentali e familiari, del permesso lutto in caso di decesso, del permesso per grave infermità del coniuge e congedo per motivi familiari.

Ecco un esempio di una volontà politica che si traduce in più diritti, in più tutele, in più libertà – e non nel loro opposto. Inoltre, mi sembra particolarmente significativo ricordare che anche le Giunte precedenti, guidate da Sindaci del suo partito, hanno sovente utilizzato, nei propri documenti, il termine famiglia declinandolo al plurale, a rifletterne la complessità delle sue tipologie. Ad esempio, può andare a consultare il testo della Delibera che nel 2009 istituì il Centro per le Relazioni e le Famiglie, attuando quanto già previsto all’art. 42, intitolato “Centri per le famiglie”, della Legge Regionale 1/2004, Legge adottata da una Regione guidata anch’essa dal Suo stesso partito.

Le sottolineo, inoltre, che questa Città è sempre stata avanguardia rispetto ai diritti e, in particolare, lo è stata verso i diritti delle persone LGBT: qui è nato il primo servizio comunale dedicato espressamente al superamento delle discriminazioni nei confronti delle persone LGBT, che da 15 anni opera sul nostro territorio, in Italia e all’estero; qui le Amministrazioni precedenti hanno patrocinato il Pride e vi hanno partecipato; qui nel 2010 l’allora sindaco Sergio Chiamparino ha sposato simbolicamente due donne lesbiche. E qui la nostra sindaca ha portato la fascia per quasi tutto il corteo da via san Donato a Piazza Castello durante l’ultimo Pride.

In questo solco si inserisce anche la politica di questa Giunta, per valorizzare ciò che è stato già fatto e creare nuove progettualità.

Vorrei chiudere con un sorriso: persino le tradizionali pubblicità del Mulino Bianco hanno sentito la necessità di essere al passo coi tempi ed oggi Banderas dialoga con la sua gallina Rosita tra farine e biscotti. E se ci sono arrivati anche loro, vuol dire che i tempi sono davvero cambiati.

(1)Fonte: Tabella “Famiglie per tipologia e circoscrizione – Dati al 31/12/2015, Archivio Anagrafico della Città di Torino, Servizio Statistica e Toponomastica della Città. Elaborazione a cura dell’Ufficio Pubblicazioni e Analisi statistiche.

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