Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango“.

Oggi, visitando il cosiddetto “campo nomadi” di Via Germagnano, non poteva non venirmi in mente la poesia di Primo Levi e la grande lezione che ci ha lasciato: l’importanza della dignità, dell’umanità, della speranza nelle relazioni fra persone.

Il campo è uno spazio colmo di storie e di umanità, ma poverissimo di dignità e scarso di speranze: qualcosa di completamente diverso da chi – come me – è abituato ad avere un tetto e una casa sopra la testa.
Ho incontrato famiglie, ascoltato le persone: donne e uomini, adulti e bambini, persone di etnia Rom e altre no. Quello che avevano in comune, tutte e tutti, era di vivere in questo spazio ai margini, escluso, separato dai nostri.

E a me ronzava in mente anche un’altra poesia, quella di Reinaldo Arenas:
Io sono quel bambino con la faccia tonda e sporca,
che in ogni angolo ti infastidisce
con il suo “mi dai una monetina”?”

Come cittadino ritengo inaccettabile che altre persone siano costrette a vivere in queste condizioni di esclusione e di sofferenza. Come amministratore pubblico, so che la soluzione non è semplice – ma so che è un nostro compito imparare dagli errori già commessi, correggere la rotta, costruire percorsi e spazi per dare davvero una chance a tutte e tutti di uscire dall’esclusione sociale e abitativa.

Perché una società è davvero tale solo se non lascia nessuna e nessuno indietro.

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