Buongiorno a tutte e tutti.

La notizia degli ultimi giorni – la saprete già – è che la Città di Torino ha ricevuto il finanziamento per AxTO, il progetto sulle periferie. Si tratta di 18 milioni di euro, ben più di una semplice boccata d’ossigeno. La nostra idea, che abbiamo ribadito più volte, è quella di preferire tante piccole azioni, mirate, precise, costruite con la cittadinanza, piuttosto che puntare tutto su un unico intervento. AxTO è costruito attorno a 44 azioni diverse e della cosiddetta “azione 45”, quella che stiamo costruendo assieme alle Circoscrizioni e con il coinvolgimento, dal basso, del territorio. Questa azione prevede l’individuazione da parte delle Circoscrizioni di uno o più luoghi sui quali immaginare processi di rigenerazione urbana. Un po’ in controtendenza rispetto a quanto richiesto dal bando periferie, per questa specifica azione abbiamo scelto di non scegliere, ovvero di non proporre lavori già attivabili o immediatamente cantierabili ma di riprodurre i percorsi e processi di medio e lungo periodo. Si tratta ovviamente di un percorso più faticoso. Sicuramente, più efficace. Probabilmente, più difficile da comunicare, ma è la bussola e la cifra politica di questa Giunta, e non solo su questo bando.

Permettetemi un ragionamento: quando si parla di “minoranze”, si pensa sempre alle minoranze etniche, o a quelle religiose. Alle e agli migranti, alle musulmane, alle persone LGBTQI. Già se le donne sono delle minoranze è un tema dibattuto. Eppure, per me le minoranze non è semplicemente un gruppo sociale più piccolo. Non ne faccio una questione numerica.

Minoranza è quel pezzo di società per cui tutto è più difficile. Per cui le condizioni di partenza sono più complicate.

Non si tratta solo di minoranze etniche: da questo punto di vista le donne, che pure sono maggioranza numerica della popolazione, possono essere considerate una minoranza.

E per lo stesso motivo questo assessorato ha deciso di considerare le e i giovani come una minoranza. Basta prendere qualunque indicatore usato per definire le minoranze: tasso di disoccupazione più alto, stipendi più bassi, grazie al Job Act minori diritti sul lavoro, minori possibilità di accesso a mutui, minore rappresentanza in luoghi istituzionali, nei media, in politica… potrei continuare a lungo, ma credo di aver reso l’idea. Il punto è questo: tranne che per pochissimi indicatore per le e i giovani le condizioni di partenza per costruirsi una vita sono più difficili.

Non siamo gli unici a lavorare su questo punto. L’ “Agorà del sociale” lanciato dall’arcivescovo Nosiglia qualche mese fa ha svolto un lavoro di emersione dal basso delle problematiche delle e dei giovani che ha dato delle coordinate di lavoro chiarissime: serve un investimento notevole sulla speranza, sulle opportunità. Senza di esse, sarà il tessuto sociale a sfilacciarsi, sarà il dialogo e il reciproco rispetto fra le generazioni a rompersi. E a rimetterci saremo tutte e tutti. Diceva Harvey Milk “Senza speranza, non solo i gay, ma i neri, gli anziani, gli handicappati, i Noi, i Noi cederanno.”

Ma il discorso vale anche per le periferie.

Che cos’è che fa di una periferia una periferia? La distanza dal centro? È davvero una questione di chilometri? Oppure è la presenza di determinati indicatori economici, o sociali? O la mancanza di accesso a cultura e diritti?

Io la vedo così: anche in questo caso si tratta delle condizioni di partenza: per chi vive nelle periferie, è mediamente tutto più difficile. È più difficile spostarsi, è più difficile trovare un luogo dove figlie e figli possono giocare, è più difficile trovare lavoro.

Non sto dicendo che sia impossibile, come non lo è per nessuna minoranza. Ma non posso non pensare che non sia giusto che per qualcuna o qualcuno sia più difficile che per altri, o altre.

Abbiamo ricevuto il mandato di occuparci proprio di queste differenze, per ricucire la città, con interventi nel quotidiano delle persone e degli spazi, costruendo soluzioni ad hoc per ogni situazione costruite assieme alle persone coinvolte. La prima azione che abbiamo lanciato all’assessorato è stata quella di convocare 15 tavoli di lavoro sui vari temi e di invitare tutti i soggetti che avessero a che fare con quel tema. Ai tavoli sulle pari opportunità, sulla città universitaria, sulla multiculturalità, sulle tematiche lgbtqi e a tutti gli altri abbiamo fatto parlare soprattutto i soggetti beneficiari delle nostre politiche, per farci dire da loro come possiamo migliorare le nostre azioni. E abbiamo coinvolto anche le e i dipendenti comunali, troppo spesso relegati al ruolo di semplici esecutori delle politiche decise dall’altro. Vogliamo restituire dignità alle competenze e alle professionalità che abbiamo in casa e migliorare il modo in cui il Comune risponde alle esigenze della Città.

Per esempio, abbiamo creato e già convocato la prima riunione del tavolo del coordinamento dei servizi alla multiculturalità, a cui intervengono i servizi della Città che hanno a che fare con un’utenza multiculturale. È un modo far circolare pratiche, idee, conoscenze e competenze.

L’elenco delle azioni singole sarebbe lungo, e non è questo il momento adatto. Cito solo tre azioni di cui sono particolarmente orgoglioso, secondo me fondamentali.

L’approvazione della delibera di giunta per mettere in pratica quanto dichiarato nella carta “Io parlo e non discrimino”. Perché credo che il linguaggio sia una parte fondamentale della creazione della realtà e mi piace pensare che nessuna e nessuno, fra pochi anni, trovi più “abominevole” (e cito qui una polemica degli ultimi giorni) la parola “sindaca”, mentre vanno bene parole come “maestra” o “cuoca”. Forse perché il problema non sono le parole, ma i ruoli di genere nella società. Vorrei fare un ringraziamento generale e trasversale su questo punto per il lavoro fatto in passato, sia per chi ha lavorato in consiglio e chi in giunta, fino a chi ha presentato mozioni, perché su questo tema, come su tutti i temi dei diritti, credo che anche l’approccio dovrebbe essere più trasversale e condiviso possibile, e mi dispiace quando questo non accade.

E poi vorrei citare l’evento realizzato con il Forum per la Società Civile Unione europea-Russia, che ha scelto Torino per un incontro di alto livello del gruppo di lavoro su razzismo e flussi migratori e per cui dobbiamo ringraziare l’altissimo livello della società civile torinese. Che ha già enormi contatti con tutte le più importanti reti europee in tema dei diritti e non solo, e sulla quale punteremo per migliorare ancora di più l’immagine di Torino e la sua capacità di attrarre risorse, investimenti, idee. Perché l’internazionalizzazione non è solo quella delle aziende (o del lavoro delocalizzato come sempre più spesso accade).

E, infine, l’orgoglio che provo a pensare che Torino, in linea sia con la partecipazione della Sindaca al Pride e al TDOR, sia con la decisione di ospitare le celebrazioni delle unioni civili nelle stesse sale e negli stessi orari dei matrimoni civili (grazie anche allo splendido lavoro delle e dei dipendenti dell’area stato civile), sia stata la prima città in Italia a prevedere gli stessi diritti garantiti ai e alle dipendenti comunali che si siano unite o uniti civilmente sia per quanto riguarda i concedi matrimoniali sia per i permessi derivanti dalla legge 104., senza attendere la legislazione nazionale o il parere dell’INPS, grazie sopratutto allo straordinario lavoro dell’area personale.

Potrei andare avanti a lungo, e citare la miriadi di piccoli interventi mirati a rendere più semplici, affrontabili le sfide quotidiane di ognuno e ognuna. Perché il compito di un’amministrazione è anche quello di allargare lo sguardo e non concentrarsi solo sulle cosiddette eccellenze, bensì di comprendere i fallimenti, i passi falsi, le sconfitte quotidiane di tutte e tutti, e di farsene carico, ricostruendo quel tessuto relazionale e sociale che possa fungere da rete di sicurezza per tutte e tutti. Anche perché senza il materasso sotto pochissimi possono permettersi di provare a fare il salto con l’asta.

E la sfida che raccogliamo dalla città e che vogliamo vincere è questa: nessuna e nessuno, nessun gruppo e nessuno spazio, devono rimanere senza materasso.

 

Published by admin