“Cosa farei se domani ci fosse un attentato? Probabilmente, avrei paura”.
Questo pur sapendo che il terrorismo colpisce in assoluta maggioranza i paesi islamici, piuttosto che quelli occidentali, e pur sapendo che le persone musulmane che vivono in Italia molto spesso sono cittadini e cittadine di questo paese, cittadine e cittadini di Torino, che appartengono al nostro tessuto sociale e contribuiscono a renderlo più vivo e bello. E che anche loro hanno paura, quanto tutte e tutti gli altri.

E molto probabilmente avrei paura di quell’immagine di “cattivi” come mi viene disegnata da 15 anni da tutti i mezzi di informazione. Cattivi che devono essere maschi, giovani, con la barba scura, dai tratti mediorentali, musulmani. Viviamo da molti anni in uno stato di paura, molto spesso anche con una narrazione – politica, culturale – che ha contribuito a costruirlo.

Quella è la forma che hanno preso le nostre ansie.
Ci sono mille spiegazioni che dimostrano che è una paura irrazionale, ma continuare a ripetercelo non ha fatto sparire la paura fino ad oggi, dubito che funzionerà domani. Lo dimostrano i fatti di cronaca degli ultimi giorni: la paura ha spinto molte persone ad abbandonare un cinema, o a vedere in una scritta in arabo un possibile segnale di pericolo.

Non mi sento di condannare un sentimento che in fondo conosco anche io. Già, perché appartenendo ad una minoranza ho la possibilità di affrontare, come molti in varie misure, di quel minority stress tanto bene descritto da Lingiardi, cioè uno stress continuativo, macro e micro traumatico, cui vanno incontro le persone omosessuali (Lingiardi, 2007). Ovvero quel restare sempre un po’ all’erta, un po’ sul chi vive, consci di vivere in un mondo che in alcune occasioni può diventare ostile. Per farmi capire meglio, quello stato di all’erta e un po’ di agitazione che avete provato quando raggiungete la macchina la sera in un parcheggio vuoto e buio.

Solo che qui la paura è comune. Ed è sia la paura di chi vive in questa condizione di all’erta, sia di chi appartiene alla minoranza che porta il velo o ha nomi come Mustafa o Karima.

Questo è un cerchio della paura, che la amplifica, la diffonde, e dobbiamo sapere tutte e tutti che effetto si produce: creare altra paura in altre persone. E quelle persone avranno paura di frequentare un luogo pubblico per via del velo; di andare a scuola per via dei bulli; di perdere il lavoro a causa della barba. Si creerà altra paura, e poi rabbia e violenza.

Proprio oggi, un’intervista al Capo della Polizia avvertiva del rischio di attentati in Italia. Mi fido delle autorità che portano la responsabilità di quello di cui avvertono e che devono fare di tutto per impedirlo. Questo ci porterà – tutte e tutti – ad avere più paura? Probabile. E ci dovremo lavorare, che ci piaccia o no.

C’è chi propone soluzioni che ci dividano in un recinto, con l’unico effetto di avere ancora più paura l’un* dell’altr*. Non è la strada che seguirà questa amministrazione. Il Coordinamento dei Centri Islamici è un esempio di inclusione come non ce ne sono altri in Italia, e mi ha impressionato il grado di fiducia reciproca fra tutti coloro che siedono al tavolo, forze dell’ordine incluse. I progetti di dialogo fra le fedi testimoniano che il problema non è certo religioso, o fra religiosi. E sulle periferie abbiamo iniziato a muoverci in modo innovativo.

Ma sempre con l’idea che si ha paura di un gruppo che non si conosce, e mai del singolo. Che si ha paura dell’Islam, ma mai del collega o della vicina musulmana con cui si prende il caffè tutti i giorni al bar. Si ha paura di Mohammed o di Sajida, ma non quando sono i  tuoi compagni e compagne di banco a scuola. Si commenta che i migranti non rispettano le regole e creano problemi, ma poi si affittano le soffitte in nero.

Non siamo una comunità perfetta fatta di persone perfette. Abbiamo paura, e questa non sparirà con uno schiocco di dita.
Con questa paura dovremo lavorarci, ma un conto è usarla come scusa per alzare muri e farci tutt* del male, un conto è usarla come stimolo per fare il primo passo e guardarci di più negli occhi, imparando a conoscere le storie, le vite – degli altri, le nostre – e renderci conto che siamo tutti e tutte esseri umani, che guardano le stelle cercando di essere felici.

Per questo nei prossimi giorni incontrerò Souad e la sua famiglia. Per poterli guardare negli occhi e rompere il cerchio della paura. La loro, la mia, la nostra.

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