Buonasera a tutte e tutti, buonasera alla comunità valdese di Torino e non, buonasera a tutte le cittadine e a tutti i cittadini. Stasera siamo qui in Piazza Castello per rievocare uno di quegli eventi che riguarda la Storia, quella con la S maiuscola e che studiamo a scuola. Storia è un termine un po’ scivoloso, però, che io uso sempre con attenzione per due motivi.

Il primo è che alla base di ogni politica di esclusione c’è sempre una storia, una storia che racconta e definisce chi è diverso. È la cosiddetta “storia unica” di cui parla la scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie: una storia che definisce un gruppo, una comunità come “una cosa sola”, con caratteristiche ben definite. Tutte e tutti coloro che non presentano queste caratteristiche sono fuori dalla storia ed escluse ed esclusi dalla società e dal godimento di tutti i diritti. In psicologia si chiama outgroup, cioè chi sta fuori: gli schiavi durante il colonialismo, le donne fino alla metà dello scorso secolo, le minoranze religiose nell’Europa del Cinquecento e Seicento.

Il 17 febbraio 1848 si è fatta la Storia, quella con la S maiuscola, perché le “lettere patenti” di Re Carlo Alberto hanno incluso intere fasce di popolazione dando ai Valdesi, e qualche settimana dopo alla comunità ebraica, quei diritti civili e politici già goduti dalle cittadine e i cittadini cattolici del Regno di Piemonte. Li hanno inclusi nella storia del Regno.

Il secondo motivo per cui la “Storia” è un termine da maneggiare con cura è che è sempre espressione del potere. Chi racconta la storia ne tiene in mano le redini, come insegna Foucault. È sempre l’ingroup, cioè chi sta dentro, che racconta la storia: erano gli uomini a raccontare la storia delle donne, erano gli europei a raccontare la storia dell’Africa e delle Americhe che, curiosamente, inizia sempre con la colonizzazione, come se prima non ci fosse nulla. Ed era la maggioranza cattolica a definire, e quindi escludere, le minoranze religiose. Anche oggi altri tipi di maggioranza escludono altri tipi di minoranze definendole come “diverse”.

Nel 1848, il potere decise di abbattere alcune barriere fra maggioranza e minoranze, garantendo a queste ultime gli stessi diritti. È stata una concessione dall’alto: senza discussione o approvazione in Parlamento, Carlo Alberto si comportò come un cosiddetto “sovrano illuminato”. È questa la strada che vogliamo seguire?

Ovviamente no. Oggi parliamo di “diritti umani” perché riconosciamo che alcuni diritti e alcune libertà sono innate, come la libertà religiosa e il diritto di non venir discriminate o discriminati per il colore della pelle e il paese di provenienza, per il genere e l’orientamento sessuale, per l’età o la disabilità.

E abbiamo anche il diritto di partecipare alle scelte politiche. È un diritto che ci siamo conquistati e che dobbiamo difendere ogni giorno: non vogliamo più che siano i sovrani illuminati a decidere di allargare i confini e abbatterli. Spetta a noi farlo.

Ma la partecipazione comporta responsabilità.

Storia – sempre con la S maiuscola – è un termine scivoloso perché è al singolare: quando si ha una storia si corre sempre il rischio di appiattire la realtà e di escludere chi non è uguale alla maggioranza. La partecipazione, quella vera, è l’esatto contrario: è portare ognuna e ognuno la propria storia, raccontarla e farne partecipi le altre e gli altri.

Stasera, qui su questo palco, la comunità valdese ha scelto di raccontare una storia di coraggio e di inclusione. Essa porta la testimonianza delle proprie idee e di quanto abbia sofferto per esse, ma lo fa allargando il campo, portando sul palco anche esponenti di altre comunità e minoranze che hanno sofferto o stanno soffrendo per le proprie idee, per il proprio credo, per la propria identità.

La comunità valdese ha preso una propria storia e ne ha fatto una storia di tutti e di tutte. Ne ha fatto una storia di Torino.

Pochi giorni fa, esattamente in questa piazza, si sono tenuti i festeggiamenti per il capodanno cinese. Anche la comunità cinese ha offerto questa festa a tutta la città, ha coinvolto le volontarie e i volontari di GxT, ha creato una storia che tutte e tutti possono ricordare e raccontare.

Che cosa vuol dire?

Vuol dire che ci stiamo muovendo nella direzione giusta. Vuol dire che la società civile sta abbattendo le barriere fra chi sta dentro e chi sta fuori che la storia di Torino assomiglia sempre di più alle storie delle comunità che la abitano.

Ma vuol anche dire che la cultura del potere sta cambiando. Nessuno di noi è o vuole essere detentore delle chiavi della Storia e decidere chi ne fa parte e chi no: la nostra idea di potere è ascoltare e facilitare tutte le storie a farsi sentire.

È per questo che voglio annunciare un progetto su cui stiamo lavorando, un Festival diffuso di Lingue e Culture della Città. Un festival che raccolga tutti gli eventi più importanti delle comunità cittadine: questa serata del 16 febbraio, il capodanno cinese, la fine del Ramadan, il Natale cristiano, il Pride, il Divali, la giornata della cultura ebraica, la rievocazione di Pietro Micca, e molti altri che stiamo definendo.

Vogliamo che questi momenti diventino feste della città per tutti e per tutte, vogliamo che tutte queste storie vengano raccontate e che contribuiscano a formare una Storia che ci renda orgogliosi e orgogliose di Torino, della Città in cui viviamo e lavoriamo.

Questa è Torino, questa è la vostra e nostra città e voi e noi insieme, tutte e tutti, siamo Torino.

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