Buongiorno a tutte e tutti, sono molto orgoglioso di aprire il primo panel di discussione del Forum torinese per la Finanza Islamica.

Non vi ruberò troppo tempo, vorrei solo riflettere con voi sulle due parole che caratterizzano questo incontro: islam e finanza.
Su entrambi l’opinione pubblica italiana, europea e occidentale ha sentimenti un po’ contrastanti. Diciamo schizofrenici.

C’è un Islam che è spesso associato alla paura. Alla paura del terrorismo, alla paura della perdita dei valori della nostra società, alla paura per quella che viene addirittura definita “invasione” da parte delle e dei migranti. Molte persone – ovviamente non tutte – hanno paura dell’Islam e delle persone – uomini e donne – che praticano questa religione e che vivono nel nostro Paese. È una paura del quotidiano, di chi è vicino: colleghe e colleghi, compagni e compagne di scuola dei nostri figli, vicine o vicini di casa.

Però, dall’altra parte, c’è un Islam che viene associato alle opportunità di lavoro e di investimento, alla ricchezza e alla prosperità. È un Islam, diciamo così, lontano, l’Islam dei Paesi dove vogliamo esportare i nostri prodotti o con cui vogliamo stringere affari.

Adesso io vorrei chiedermi, vorrei chiedere a tutte e tutti voi: è possibile tenere insieme queste due visioni? È possibile che l’Islam lontano sia una straordinaria risorsa e che invece l’Islam di tutti i giorni, quello delle nostre concittadine e dei nostri concittadini, sia un pericolo?
Ecco, la mia risposta è chiara: no, non è possibile.

L’Islam, e le persone che lo praticano non possono essere contemporaneamente temute e invocate. È un double standard ingiusto, e questo Torino l’ha capito da un pezzo.
Ben prima che nascesse questo Forum, da più di due decenni, questa Città ha avviato un paziente lavoro di inclusione sociale per le persone di fede islamica. Torino aiuta le fedeli e i fedeli a rispettare i dettami religiosi offrendo cibo halal nelle scuole e negli ospedali, o costruendo sale di culto in spazi pubblici come l’aeroporto. Gli uffici comunali garantiscono inoltre da anni un forte supporto nell’organizzazione delle festività più importanti della religione islamica, la chiusura del Ramadan e la Festa del Sacrificio, mettendo a disposizioni gli spazi per accogliere gli oltre trentamila fedeli che si riuniscono in queste occasioni. E ancora: Torino è stata la prima città d’Italia a firmare, con gli esponenti dei centri culturali islamici, un patto di collaborazione che prevede incontri regolari e tutta una serie di attività che città e comunità religiose svolgono assieme.

In questo, Torino fa Politica, Politica con la P maiuscola.
Ho iniziato questo intervento dedicandomi alle parole, e vorrei aprire una piccola parentesi: nelle lingue occidentali, la parola “politica” derivi il suo nome da “polis”, cioè da città, perché è nella città, nella convivenza quotidiana che nasce l’arte di gestire gli spazi e risorse comuni, facendo dialogare le mille anime che compongono una città.
Per renderlo possibile, però, nessuna e nessuno deve essere lasciata e lasciato indietro: occorre che tutte e tutti si sentano accolte e accolti.

Per preparare questo breve discorso ho studiato alcune espressioni arabe, e ne ho trovate una bellissima: ahlan ua sahlan. Per chi non parla arabo significa “benvenuto”, ma una traduzione più fedele suona più o meno “sei in famiglia, quindi tutto è semplice, per cui sentiti a tuo agio”.
Ecco, questo potrebbe essere lo slogan della città di Torino: una città in cui per tutte e tutti vivere è sahil, cioè facile, indipendentemente dalla provenienza, dalla fede, dal genere, dagli orientamenti e dalle scelte di vita.
Questo non vuol dire semplicemente lasciar fare, vivere in una società vuota in cui tutto è possibile. Al contrario, questa Politica con la P maiuscola è fondata su valori forti: accoglienza, rispetto, dialogo e inclusione.

Questo però non si limita alla politica.
Mi chiedo e vi chiedo: non dovrebbe valere anche per l’economia e la finanza? Non siamo tutte e tutti spaventate e spaventati da una finanza impersonale, da un’economia dei numeri che mira solo al profitto, da una produzione senza valori? L’economia non dovrebbe recuperare quel ruolo, quella missione di creare benessere e ricchezza per tutte e tutti?
Oltre ai compiti della Politica, vi chiedo, non c’è anche una responsabilità dell’economia?

La mia risposta è “sì”: c’è una responsabilità dell’economia che non deve creare solo “plusvalore economico”, ma anche “plusvalore sociale”, cioè rafforzare le reti all’interno della società.
Possiamo chiamare questo plusvalore sociale in molti modi: responsabilità sociale d’impresa o finanza halal; possiamo prendere esempio dal divieto di utilizzare tassi di interesse e dalla compartecipazione del rischio d’impresa, come avviene nella finanza islamica, oppure vederla come Olivetti, che a Ivrea aveva costruito un modello di sviluppo economico, sociale e culturale: “la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti: deve redistribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica.”

Possiamo usare molte definizione diverse e molti approcci diversi, ma io ci vedo un’unità: si tratta di lottare per la salute della società. Si tratta di sviluppare terapie che combattano la malattia delle disuguaglianze economiche e i suoi effetti: il conflitto, la rabbia, l’esclusione sociale.
Finanza e politica, insieme, possono diventare strumenti per creare una comunità, cioè uno spazio in cui tutte e tutti si sentono accolte e accolti e in cui tutte e tutti contribuiscono al benessere.

Su questa parola, comunità, chiudo il mio intervento e cedo la parola alle relatrici e ai relatori, augurandomi – ma sono sicuro che sarà così – che questo Forum sia un altro, fondamentale passo nel percorso che porterà politica e finanza, cittadini e cittadine a costruire una vera comunità, ricca, accogliente e prospera.

Buon lavoro.

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