Oggi la Sindaca mi ha affidato la delega ai diritti. Credo che questo sia il primo passo verso una piccola, grande rivoluzione. Parlo di rivoluzione perché è la prima volta che questo Comune fa una scelta di questo tipo. Basta con deleghe distinte su genere (pari opportunità), orientamento e identità (tematiche LGBTI), multiculturalità (integrazione). Basta con una visione a scompartimenti della società, delle persone e dei loro diritti – visione che poi si riflette in servizi e uffici che hanno raramente l’occasione di lavorare insieme. Basta anche nell’idea che le discriminazioni siano sole e a categoria: siamo esseri umani, raduniamo in noi tante identità, culture e differenze. Non ci sono etichette che ci identificano per un unico aspetto della nostra vita: l’intersezionalità, vista in negativo come possibilità di vivere discriminazioni multiple o in positivo come sommatoria di differenze, dovrebbe essere una bussola che ci guida lungo questo cammino.

Faccio un piccolo passo indietro: domenica era la giornata delle “Moschee aperte”, un evento che la Città di Torino ha organizzato con 16 luoghi di culto islamici in città, tutti firmatari di un patto di collaborazione con la Città. L’obiettivo: combattere la paura, favorire la conoscenza. Perché parliamoci chiaro: dall’11 settembre, dagli attentati e dall’inizio di quella maledetta “guerra al terrore”, le persone musulmane in Italia soffrono di una doppia discriminazione. La prima, perché sono molto spesso migranti o figli e figlie di migranti. Hanno spesso un colore della pelle più scuro, nomi esotici, parlano una lingua differente. La seconda perché questa religione è nell’occhio del ciclone da quasi vent’anni per motivi che hanno più a che fare con la geopolitica, la guerra, le risorse economiche e il disagio sociale che non con i versetti del Corano.

Abbiamo organizzato questo evento insieme alle Moschee e ci siamo detti, sin dall’inizio: apriamo le moschee perché vogliamo regalare una festa a tutte le e tutti i torinesi. Così come è stato per il falò Valdese in piazza Castello, o il capodanno cinese. Così come ci eravamo detti quando parlavamo di un festival diffuso delle culture e delle lingue.

In questi giorni, ho ricevuto alcune critiche secondo le quali tendo a occuparmi troppo delle minoranze, degli “altri”. Si tratta di una critica che ricorre spesso, purtroppo. Sembra che i diritti siano una quantità finita, e che lavorare per i diritti di qualcun* significhi toglierli a qualcun* altro. E, purtroppo, in questo momento il disagio sociale è a livelli talmente elevati che le persone hanno paura. Paura di perdere quel poco di welfare, di benessere, di sostegno di cui godono adesso.

A queste critiche non ho risposto subito, anche se mi veniva voglia di citare Guareschi “Gli altri siamo noi”. Non l’ho fatto perché volevo che le immagini e l’atmosfera di domenica sera parlassero da sole: nessun*, domenica, si è sentito esclus*. Non era un evento riservato a una parte della città: era un evento che il Comune e una delle mille anime di Torino hanno regalato a tutte le altre, coinvolgendo le persone curiose di sapere chi sono e come vivono i propri vicini e le proprie vicine.

Vi porto una testimonianza: A, uno giovani che prestano il loro tempo al nostro Servizio Giovani X Torino, ci scrive “Volevo ringraziarvi per l’evento proposto nella giornata di ieri. Oltre ad andare tutto bene, mi sono sentito totalmente coinvolto non solo negli aspetti più logistici ma anche più “umani”. Quindi, complimenti “.

Domani si terrà il Pride, e sarà un’altra festa in cui una parte della città racconterà se stessa a tutte e tutti, e il Comune sarà al suo fianco. Non per chiedere “privilegi” per qualcuna o qualcuno, perché un gruppo o una minoranza abbiano qualcosa in più degli altri. Ma solo perché abbiano quello che è dovuto a tutte e tutti. I diritti, quelli veri, li riconosci subito: se li aumenti per un gruppo, non ne hai diminuiti per nessun altro. Ecco, questo è il primo punto fondamentale del significato che la delega ai “diritti” significa per questa città.: rappresenta per me, per noi, la possibilità di lavorare secondo quei principi di uguaglianza ed equità sanciti dalla nostra Costituzione all’art. 3: garantire che i diritti di qualcun* non possano ledere quelli di qualcun* altro ma saper anche valutare quando le azioni positive possano aver senso per ristabilire degli equilibri di giustizia sociale. Vi sembra una frase complicata? Ve la spiego con un’immagine.

In soldoni: se una persona appartiene ad una qualunque minoranza, non ha per questo automaticamente diritto a particolari benefit sociali. Quello cui avrà diritto sarà di non veder lesa la propria dignità di persona: non otterrà quindi una facilitazione nell’ottenimento del lavoro perché transessuale o disabile, come fosse “meglio degli altri”, ma lo otterrà perché proprio per il fatto di essere transessuale o disabile quel lavoro le era stato negato. I diritti insomma, sono un modo per ritrovare il senso dello stare insieme, per avere tutte e tutti le stesse opportunità di accesso a quel welfare e quel benessere che ogni istituzione ha il compito di garantire nei confronti di chi rappresenta.

La società di cinquant’anni fa era più semplice e omogenea, in termini religiosi, culturali, etnici. C’era più lavoro, più opportunità, rapporti famigliari e di genere chiari e definiti. Era una società più sicura, ma terribilmente più ingiusta, e che in ogni caso non esisterà mai più, che ci piaccia o no. Quello che è importante sottolineare è che a renderla più sicura, meno ansiosa, non era il fatto che fossimo tutte e tutti bianchi. Che i gay non potessero sposarsi. Che andassimo tutte e tutti nella stessa chiesa nello stesso giorno. Che il patriarcato non veniva messo in discussione. Erano il welfare, la giustizia, l’equità che ci rendevano più sicuri.

Viviamo in un’epoca che ha perso quei presupposti e che deve recuperarli – e possiamo farlo solo in una società in cui nessuna e nessuno viene lasciato indietro, in cui ci si sosteniamo e ci aiutiamo e ci conosciamo l’un l’altra.

In cui è chiaro che chi ci sta derubando del futuro non è la vicina di casa lesbica o il negoziante egiziano, chi vuole vivere lo spazio pubblico nel tempo libero o chi richiede la cittadinanza per ius soli o ius culturae. La delega ai diritti può essere infine un modo per ricreare una Città unita e cittadine e cittadini orgogliosi di farne parte – come e ancora di più di domenica sera durante le Moschee aperte per tutt@, o di domani durante il Pride.

Perché nessun* può fischiettare una sinfonia da sol*.

Ci vuole un’intera orchestra per riprodurla.

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