Buongiorno a tutte e tutti, grazie per avermi invitato.

È un momento di festa, è un momento di gioia: se mi guardo indietro, vedo un percorso di un decennio che ci ha portato qui a festeggiare insieme la Festa del Sacrificio. Un percorso che quest’anno è culminato nella Giornata delle Moschee Aperte, un evento unico, straordinario, meraviglioso. Lo abbiamo costruito assieme e dobbiamo esserne orgogliosi, Città e comunità musulmana assieme.

Nonostante questi successi, se guardo avanti, la via che vedo è piena di ostacoli. Le comunità di persone e di famiglie migranti, come molte e molti di voi, sono osteggiate in tutta Europa. Le musulmane e i musulmani, poi, sono nell’occhio del ciclone. Riprendo le parole che la Sindaca ha pronunciato qui due mesi fa, in occasione della Festa di chiusura del Ramadan: “Voi, come anche altre culture e religioni, pagate purtroppo il prezzo più alto della paura e dell’insicurezza verso ciò che è diverso, ciò che non si comprende”.

Eppure l’insicurezza che rende irrespirabile l’aria intorno a noi è un’insicurezza che dovrebbe unirci, non dividerci. La disoccupazione, la precarietà del lavoro riguardano chi è migrante come chi non lo è. Io credo, io sono sicuro, che l’aumento della violenza nella nostra società sia un frutto del seme della disperazione, piantato dalla povertà e annaffiato dalle disuguaglianze sociali. E non importa se la rabbia si sfoga nella criminalità, nella violenza dei gruppi neonazisti, negli attentati: questi atti sono figli dello stesso male, un male che si nutre delle nostre insicurezze per indebolirci e per separarci.

La Città di Torino però non vuole essere patria di comunità che non si parlano: Torino è una città straordinaria, e tutte voi e tutti voi come Torinesi siete parte di questa grande famiglia. Gli spazi pubblici devono essere aperti e condivisi, devono diventare il luogo in cui ci confrontiamo con quello che è diverso. È una sfida difficilissima, per tutti e per tutte. Perché il dialogo – è questa la cosa bella – può cambiarci. Può cambiare noi, può cambiare i nostri figli e le nostre figlie, e questo è quello che ci fa più paura: che i nostri cari non assomiglino a noi, non mangino quello che mangiamo noi, non amino ciò che amiamo noi, non parlino come parliamo noi.

È questo quello di cui hanno paura i violenti, che vogliono un mondo immobile, i figli uguali ai padri, le figlie uguali alle madri. Noi, tutti e tutte noi, musulmani e atei, italiani e rumeni, donne, uomini, giovani, meno giovani: tutti dobbiamo trovare la forza di mettere in conto questo cambiamento e di non averne paura. La Città c’è, e ci sarà per sempre nel sostenere questo percorso.

Perché Torino è una grande famiglia un po’ speciale. Torino cammina e, come tutti quelli che camminano, ogni tanto può inciampare. Solo chi non cammina mai non corre il rischio di cadere. Ma se camminiamo tutti e e tutte insieme, quando inciampiamo avremo qualcuno lì accanto, pronto a sostenerci.

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