Discorso Convegno Religione e Democrazia

<< La laicità – come dice il prof Galeazzi in MicroMega in un articolo del 31 ottobre 2016 – è un prodotto storico, più precisamente una acquisizione moderna- ha molteplici significati politico e religioso, culturale e sociale. Dal punto di vista politico, la laicità riguarda la fondazione dello stato moderno (come stato non confessionale) e riguarda il rapporto tra religione e politica, che può configurarsi come distinzione (“date a Dio quel che è di Dio, date a Cesare quel che è di Cesare”) o come opposizione (se si ritiene la politica come dimensione pubblica e la religione come dimensione privata). Dal punto di vista religioso, la laicità riguarda la cosiddetta libertà religiosa ma intesa come “possibilità di credere e di non credere”, per cui tale libertà si configura in una quadruplice modalità: come libertà di religione, della religione, nella religione e dalla religione. Dal punto di vista della persona, la laicità si configura come difesa della dignità umana (dei suoi diritti e delle sue libertà) di fronte al potere delle istituzioni (come lo Stato e la Chiesa). Si può allora sottolineare che le libertà, che si accompagnano alla laicità, hanno una radice comune: la dignità dell’uomo, riconosciuta come “diritto ad avere diritti”; una dignità riconosciuta dallo Stato e dalle religioni. La laicità è un “prodotto storico”, che si afferma nell’età moderna (dall’Umanesimo al Rinascimento all’Illuminismo) come rivendicazione della specificità dell’uomo, dello studio della natura, della libertà di pensare, della identità statuale e si accompagna a tutta una serie di altri valori: dalla libertà alla eguaglianza, alla fratellanza, dalla tolleranza al rispetto, alla solidarietà che sono i valori della modernità. >>

La laicità è quindi un “risultato raggiunto” che trova forse nell’articolo 10 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino una delle sue espressioni più forti: Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose […]”. E’ il 26 agosto 1789.

Oggi, i rapporti più complessi non sono forse quelli fra “religionE” e “democrazia”, ma fra “religionI” e democrazia. È un tema che ricorre spesso: storie invece di storia, culture invece di cultura, religioni invece di religione. Se dobbiamo in qualche modo connotare questa epoca, è sicuramente quella del pluralismo. Non perché il pluralismo prima non ci fosse, anzi: la presenza di comunità valdesi e comunità ebraiche in Italia ne è un esempio concreto. Ma era un pluralismo che non veniva riconosciuto. C’era un modo di essere italiano – era essere bianco, uomo, eterosessuale, cattolico, ecc. C’era una storia, nel senso usato dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie: una storia che definisce un gruppo, una comunità come “una cosa sola”, con caratteristiche ben definite. Tutte e tutti coloro che non presentano queste caratteristiche sono fuori dalla storia ed escluse ed esclusi dalla società e dal godimento di tutti i diritti. A 170 anni dallo Statuto albertino, a 80 dalle leggi razziali (o meglio razziste), oggi ricordiamo due momenti della storia recente del nostro Paese. Ma forse dovremmo dire che ricordiamo due storie: una di inclusione e una di esclusione. Quello che le accomuna è il rapporto fra potere politico e religione – da una parte, la concessione di diritti civili e politici a persone che ne erano escluse per motivi religiosi. Dall’altra, la loro negazione, sempre su base religiosa e razzista. Ma dovremmo anche ricordare quanto tutto questo accada ancora oggi, dove nel dibattito pubblico il termine razza viene sdoganato e peggio ancora rivedicato, i fanatismi ideologici fascisti e religiosi costruiscono scenari di terrore, dove i migranti ci spaventano più per le differenze religiose che per il colore della pelle ma è per il colore della pelle che immaginiamo le differenze religiose. Accoglierli quindi significherebbe avere quinte colonne dell’invasione all’interno dei nostri recinti sicuri. Questo purtroppo – è un riassunto abbastanza fedele della “narrazione” discriminatoria prevalente in questo momento. È una rappresentazione abbastanza fedele di una pluralità che spaventa perché ti mette accanto qualcuno che non riconosci come tuo simile.

Paolo Flores d’Arcais nel suo saggio sul fondamentalismo islamico La guerra del sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale e la filosofa Heller in Aristotele contro l’Isis danno come soluzione un ritorno all’illuminismo. Io mi permetto di chiedere a quale illuminismo?  Quello di Voltaire che dice che gli ebrei “sono nati tutti con un fanatismo furioso nel cuore”, quello di Hume che scrive “Sono portato a sospettare che i negri, e in generale tutte le altre specie umane, siano per natura inferiori ai bianchi”? O quello di Yacob e Amo?

<< Yacob nasce il 28 agosto 1599 in una fattoria alle porte di Axum, ex capitale dell’Etiopia, da una famiglia povera. A scuola impressiona gli insegnanti e viene mandato a studiare retorica, poesia e pensiero critico per quattro anni. Poi studia dieci anni la bibbia, assimilando gli insegnamenti dei cattolici e dei copti, oltre che della tradizione nazionale ortodossa. […] Negli anni venti del seicento un gesuita portoghese convince re Susenyos a convertirsi al cattolicesimo, che diventa così la religione ufficiale dell’Etiopia. Cominciano le persecuzioni contro liberi pensatori, che si intensificano a partire dagli anni trenta. Yacob, che in quegli anni insegna nella regione di Axum, sostiene che nessuna religione è più giusta di un’altra, e i suoi nemici lo accusano di fronte al re. […] Per due anni vive come un eremita, spingendosi al massimo fino al mercato vicino per comprare da mangiare. E’ proprio nella caverna che elabora la sua nuova filosofia razionalista, fondata sul primato della ragione e sull’idea che gli esseri umani – maschi e femmine, siano creati uguali. Yacob si oppone alla schiavitù, critica tutte le religioni e le dottrine ufficiali e unisce a questa concezione del mondo la fede in un creatore che sia un dio unico e trascendente, argomentando che l’ordine del mondo rende questa opzione la più razionale. In parole povere: molti degli alti ideali dell’illuminismo europeo vengono teorizzati dal 1630 al 1632 in Etiopia da un uomo che vive in una caverna. […] A migliaia di chilometri di distanza, in Francia, Cartesio affronta questioni simili. Dal punto di vista filosofico, la differenza principale è che il cattolico Cartesio denuncia esplicitamente gli “infedeli” e gli atei, che definisce “più arroganti che colti” nelle Meditazioni metafisiche (1641). Questa prospettiva si riflette anche nella Lettera sulla tolleranza (1689) di Locke, dove si afferma che gli atei “non devono in nessun modo essere tollerati”. […] Yacob, invece, adotta un metodo molto più agnostico, laico e investigativo, che si riflette anche in un’apertura verso il pensiero ateo.  Il quarto capitolo della tata si apre con un interrogativo radicale: “Tutto ciò che è scritto nelle scritture è vero?” Il filosofo quindi osserva come ogni religione proclama che l’unica vera fede è la propria: Effettivamente ciascuna dice “la mia fede è giusta e coloro che credono in un’altra fede credono nel falso e sono i nemici di Dio”. Come la mia fede mi appare vera, così un altro trova vera la sua; ma la verità è una. […]

Yacob applica il metodo di indagine razionale a diverse leggi religiose, criticando lo stesso modo il cristianesimo, l’islam, l’ebraismo e le religioni indiane. Osserva per esempio che il creatore nella sua saggezza voluto che il sangue scorresse tutti i mesi nel grembo della donna per permetterle di fare figli. Conclude quindi che la legge di Mosè, che addita come impura la donna durante le mestruazioni, è contro la natura e contro la legge del Creatore. […] Jacob introduce così nella sua tesi filosofica i temi della solidarietà della condizione della donna e dell’amore.

In contrasto alle tesi di Yacob a distanza di un secolo Kant scrivere nelle Osservazioni sul sentimento del bello e del Sublime (1764) “una donna avrà pochissimo a inquietarsi pel motivo che non possiede certe qualità trascendenti”. Inoltre nelle Lezioni di etica leggiamo che “il desiderio di un uomo per una donna non è a lei diretto in quanto essere umano, al contrario, l’umanità della donna non ha per lui alcuna importanza, è l’unico oggetto del suo desiderio il suo sesso”. […] Anche rispetto alla schiavitù Yacob è più in illuminato dei suoi colleghi illuministi. […] Formula una tesi universale contro la discriminazione basata sulla ragione: Tutti gli uomini sono uguali alla presenza di Dio e tutti sono intelligenti poichè sono sue creature; egli non ha attribuito a un popolo la vita, a un altro la morte, a un altro la misericordia, a un altro il giudizio. La nostra ragione ci insegna che questo genere di discriminazione non può esistere.

Le parole “tutti gli uomini sono uguali” quindi vengono scritte decenni prima che Loke, il “padre del liberalismo”, le mettesse nero su bianco.

Il filosofo Anton Amo, nato e morto in Guinea, l’attuale Ghana, per vent’anni studiò e insegnò nelle più prestigiose università tedesche, scrivendo in latino. Amo nasce un secolo dopo Yacob (1703), da bambino viene strappato dal popolo akan e dalla città costiera di Axim […]. Nel 1707 viene battezzato, e riceve un’istruzione di prim’ordine, imparando l’ebraico, il greco, il latino, il francese, l’alto e il basso tedesco oltre probabilmente i rudimenti della sua lingua madre lo nzema. […] Amo si diploma all’Università di Halle e si guadagna una cattedra ad Galle e una Jena. […] Non è l’unico portatore di diversità e cosmopolitismo all’Università di Halle negli anni venti e trenta del 700: presso l’ateneo studiano e prendono il dottorato vari studenti ebrei di talento.  Altre figure che arrivano ad Halle per studiare e insegnare sono il maestro arabo Salomon Negri di Damasco e l’indiano Soltan Achmet da Ahmedabad. Amo dal canto suo coltiva una stretta relazione con Moses Abramovitz, uno studente ebreo di medicina che è sotto il suo patrocinio. Nella sua tesi scrive esplicitamente che ci sono altre teologie oltre quella cristiana, comprese quelle dei turchi e dei “pagani”.  Amo affronta questi temi difendendo la propria tesi durante la dissertazione Sul diritto dei mori in Europa nel 1729. […] Contesta la schiavitù citando il diritto romano, la tradizione e la razionalità. […] Quella di Amo è la prima dissertazione contro la schiavitù in Europa? Possiamo quantomeno trovarci un’argomentazione illuminata a favore del suffragio universale simile a quella proposta da Yacob un secolo prima. […] Nei suoi Saggi e trattati morali letterari politici economici Hume scrive “Sono portato a sospettare che i negri, e in generale tutte le altre specie umane (ce ne sono 4 o 5 tipologie diverse), siano per natura inferiore ai bianchi”. E aggiunge “Non è mai esistita una nazione civilizzata che non sia stata di razza bianca, e nemmeno è esistito qualche individuo eminente nell’azione o nella speculazione che non sia stato bianco.” (1753-54). In Francia Voltaire, il più famoso pensatore illuminista, non solo descrive gli ebrei in termini antisemiti sostenendo che “sono tutti nati con unico fanatismo furioso nel cuore” ma nel Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni scrive anche che l’intelligenza degli africani “se non è di un’altra specie rispetto alla nostra, è enormemente inferiore”. La filosofia di Amo ha un approccio più teoretico di quella di Yacob ma entrambe condividono un punto di vista illuminato sulla ragione e sull’uguaglianza degli esseri umani. Possiamo chiederci se un giorno a Yacob e Amo sarà riconosciuto il posto centrale che meritano tra i filosofi dell’età dei lumi.” >> (da L’illuminismo africano – Dag Herbjornsrud – Internazionale, 2 febbraio 2018)

Non posso che anche io pormi la stessa domanda: a quale grado di contrasto al razzismo, all’antisemitismo, alla decostruzione del colonialismo saremmo potuti essere oggi se queste voci fossero state ascoltate, se queste storie fossero state narrate?

Oggi si parla di religioni. Di culture. Di storie. Oggi il terreno comune che possiamo trovare non è quello della difesa di un’identità unica che tenga insieme tutte le altre e dalla quale non ci si può discostare, bensì di una pluralità che accetta le regole comuni del dialogo e del rispetto.

Se una religione, così come una storia, e abbiamo visto una filosofia, rischia di essere escludente, ed è stata in passato in conflitto con la democrazia, ecco invece che le storie, la libertà religiosa, in una parola la pluralità possono diventare uno dei pilastri che sostiene, e non mina, la democrazia.

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