Discorso Festa delle libertà

L’anno scorso, in questa piazza, ho iniziato il mio discorso accennando alla differenza fra Storia e Storie. Fra la storia unica, quella della scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie definisce come il discrimine fra chi sta dentro e chi sta fuori, e le storie, plurali, che includono. Ieri ero al convegno, un convegno sul rapporto fra democrazia e religioni. Anche qui, un termine usato al plurale, una declinazione che non è casuale.

Se dovessimo definire questa epoca, direi che è quella della pluralità. Non perché prima non ne esistessero, anzi: la presenza di leggi che discriminassero ebrei e valdesi era resa necessaria proprio dalla loro presenza. Così come esistevano persone atee, e omosessuali, o donne che non si riconoscevano nel ruolo di genere a loro affibiato, inteso come madre e moglie, ma volevano più diritti, più libertà. Solo che queste diversità, queste pluralità erano appiattite sulla storia unica, sull’unico modo “buono” di essere. Essere un buon cittadino, anzi essere cittadino, e uso volutamente solo il maschile, significava essere tante cose, e l’identità religiosa era una di queste. Non se ne poteva prescindere.

Oggi, viviamo in società plurali – multietniche, multilinguistiche, multiculturali, multireligiose. Ma, soprattutto, viviamo in società in cui si diffonde sempre di più l’idea che le identità siano multiple e le combinazioni infinite – si può essere uomo, bianco, buddhista e omosessuale. Donna, di origine araba, atea. E così via. Non c’è più “un” modello unico, non c’è più una storia, una cultura, una religione.

Se però non c’è più un modello di questo tipo, dove troviamo una ragione per stare insieme? Quali sono le regole non scritte ma riconosciute del Patto sociale che abbiamo in mente? È una sfida, è la sfida di questo secolo. Uno dei terreni comuni che possiamo trovare è proprio quello del rispetto di queste diversità. Del rispetto delle “storie” nei confronti della “storia”. È fare un salto rispetto a quello che avviene già. Le società di oggi sono giù “multi”. Ma la risposta politica della multiculturalità, far vivere diversi gruppi “accanto” l’uno all’altro non basta.

Anche perché in quest’epoca di rabbia e di violenza rischia di essere la strategia del “fortino”: dividerci, creare spazi in cui “ognuno è padrone a casa propria”, avere i propri luoghi di cura, le proprie intese, le proprie scuole e i propri doposcuola, in cui difendere e non perdere le proprie identità. Ma così rischiamo di renderci ancora più divisi. La nostra scelta è quella di riconoscere che siamo, siamo sempre stati, sempre saremo una società “multi”. La sfida non è quella.

La sfida è diventare una società “inter”, interculturale, intereligiosa. Una società in cui i gruppi e le identità si parlano.

C’è un vento gelido che attraversa l’Europa, che sa di buio, di paura, di violenza. Un vento che accarezza vessilli che pensavamo deposti, che scopre parole che credevamo sepolte. Un vento razzista, antisemita, nazionalista, crudele. Un vento terrorista. Un vento fascista.

Questo vento si nutre di silenzio, di solitudine, di paure. Di fallimenti delle politiche di welfare, di ridistribuzione economica inesistente, di insicurezza.

A questo vento dobbiamo Resistere.

E resistiamo costruendo spazi ed eventi in cui il dialogo sia gestito, il conflitto resi possibile perchè contenuto, la contrapposizione sia democraticamente sana. Che queste siano le regole del Patto che andiamo a riscrivere: rispetto, dialogo, inclusione. e sopratutto, Libertà.

Per questo saluto con enorme piacere questo evento e la sua impostazione, in cui si invitano rappresentanti di diverse confessioni a parlare, perché è questa l’idea di Torino che abbiamo in mente. Ma un comune da solo non basta.

Abbiamo bisogno di leggi che superino la legislazione sui culti ammessi,ì e la modalità di colmare i vuoti tramite specifiche intese. Abbiamo bisogno di libertà che non siano concessioni o lotte fratricide, ma regole chiare per tutte e tutti. Ed è anche per questo che mi associo alla voce del Sinodo della Comunità Valdese per la richiesta dell’istituzione di una Giornata Nazionale della libertà di coscienza, religione e di pensiero per il 17 febbraio.

Per noi, Torino, questa Giornata è già realtà.

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