Oggi è uscita su Repubblica Torino – che ringrazio – una breve intervista sul tema città universitaria. Mi permetto di riportarla ampliando alcuni punti che per motivi di spazio sono stati compressi.

«Fin dal primo giorno siamo al lavoro per rilanciare la vocazione universitaria di Torino. I progetti ci sono e il dialogo è aperto a tutti». Marco Giusta, assessore ai Giovani e alle Periferie della giunta Appendino, respinge al mittente le critiche della pastorale universitaria sull’inattività dell’amministrazione sulla questione dell’accoglienza e il sostegno agli studenti di Unito e Politecnico: «Non è assolutamente vero che non c’è disponibilità al confronto con le realtà confessionali. Mi sembra una polemica davvero pretestuosa, ma approfitto dello spunto per raccontare quanto abbiamo fatto – ribatte Giusta – Siamo noi ad aver sostenuto l’avvio di un tavolo con le organizzazioni religiose, arrivando alla firma di un protocollo tra diverse confessioni e con l’Uaar per arrivare alla creazione di un tavolo di confronto dei giovani che hanno il compito definire le modalità di spazi accoglienti. Ma una vita condiviso un percorso non ci dovrebbero essere fughe in avanti».
Assessore, a cosa si riferisce?
«Da parte nostra c’è la massima stima e ammirazione per le tante attività di volontariato e di presenza sul territorio e negli atenei della pastorale universitaria, come per quelle delle altre confessioni. Così come siamo stati disponibili, quando ci è stato proposto, a ragionare sull’utilizzo delle case vuote dei parroci sia per creare spazi per lo studio, sia per affittarle agli studenti. Anche quando ci è stato chiesto di esentare dall’Imu queste strutture abbiamo avviato un’istruttoria per verificare la normativa in merito, che ricordo essere nazionale, che prevede la possibilità di esenzione nel caso in cui l’eventuale rimborso spese sia simbolico e assolutamente non in linea con i canoni di mercato. Ma da lì in poi non abbiamo più avuto modo di fare passi avanti, visto che la richiesta era di avere una “vidimazione” del comune che poteva essere data quindi solo all’interno della normativa di riferimento e del percorso interfedi che era stato avviato. La mia porta comunque resta sempre aperta così come la disponibilità a dialogare.
Al di là delle polemiche. Cosa state facendo per rendere Torino una città universitaria?
«Siamo arrivati nel 2016 e la Student Zone, l’aula studio ai Murazzi, si è immediatamente alluvionata. L’abbiamo ristrutturata e abbiamo ampliato gli orari di apertura, abbiamo fatto un accordo con gli atenei per aule studio diffuse. Abbiamo approfittato del bando della legge 338 sostenendo la residenzialità pubblica mettendo a disposizione dell’Edisu un immobile  con l’obiettivo di ristrutturarlo e realizzare una residenza. Abbiamo dato un finanziamento, piccolo ma significativo, per la ristrutturazione del Collegio Einaudi e questo ha agevolato l’assegnazione di fondi statali. È stata la lanciata una campagna costruita con lo IED per il restyling della comunicazione del sito studyintorino. Abbiamo distribuito molte borse di studio, che ci piacerebbe allargare quest’anno al Conservatorio per portare concerti e bellezza nelle periferie. Grazie al lavoro dell’ex vicesindaco, si sono uniti e confrontati per la prima volta i masterplan di Università e Politecnico con la revisione del piano regolatore, con l’obiettivo di farli dialogare e tesserli nella futura visione della città. ».
Il problema degli affitti troppo alti c’è?
«C’è stato un aumento, ma i canoni sono comunque più bassi che in altre città universitarie e dall’altra abbiamo una qualità degli atenei più elevata. Sugli appartamenti per studenti abbiamo ereditato un buon sistema di sgravi per avere dei canoni calmierati, ma è chiaro che in questo momento il mercato immobiliare punta sugli studenti perché è più garantito di altri, ma anche perché ci si può guadagnare di più».
Cosa pensate di fare quindi?
«Uno dei temi che abbiamo condiviso con il presidente Alberto Cirio e l’assessore Ricca nella discussione sulle Universiadi è quella di sfruttare quell’occasione per costruire nuove residenze che poi siano sostenibili nella gestione per l’Edisu. Grazie al protocollo appena firmato con gli atenei ed Edisu vogliamo creare un database unico dove inserire tutti gli appartamenti che a Torino sono già affittati o sono a disposizione degli universitari. Si tratta di un primo tassello per creare un sistema unico dell’accoglienza, che sia multilingue e multilivello e faccia parlare tutti, amministrazione comunale, atenei e gli altri attori, comprese le comunità confessionali. Il sistema unitario per assegnare le case agli studenti darà una uniformazione ai contratti e anche una tracciabilità delle locazioni che potranno essere utili agli atenei e all’amministrazione per azioni di welfare studentesco, magari cercando di attrarre dottorandi e borsisti dal resto del mondo per costruire a Torino e in Piemonte un sistema della ricerca avanzato».
Voi però avete sostenuto l’apertura di residenze universitarie private. È vero che fanno salire gli affitti?
«I canoni degli appartamenti nelle zone dove sono state realizzate le residenze universitarie private purtroppo si livellano ai prezzi di queste, che sono in crescita. Per quello è importante investire sulla residenzialità pubblica, ma è un tema governativo e nazionale. Noi dobbiamo lavorare per trovare soluzioni per calmierare gli affitti. Questa è la grande operazione da fare e passa dal sistema unitario».
Da assessore alle Periferie cosa pensa del degrado alle porte di accesso di Torino?
«Non è il primo problema per gli universitari quello delle porte d’accesso. Abbiamo ereditato una situazione difficile in diverse aree, anche per questo siamo stati votati. Alcuni interventi sono già stati fatti e altri si faranno, sulla rotonda Maroncelli si è già intervenuti, ad esempio. Un’attenzione c’è e con Contrada abbiamo rifatto due dogane storiche della città nella parte nord di Torino, sul tema dell’arte urbana, ad esempio, con Murarte e il progetto Towards con Lavazza stiamo facendo molto. Usiamo i muri per raccontare le realtà e le contraddizioni della periferia. La cosa fondamentale è coinvolgere cittadinanza e riuscire a portare la bellezza ovunque in città».
Questo non pesa anche nella scelta degli universitari?
«No perché la porta primaria di accesso per loro è quella virtuale. Dobbiamo lavorare su come si presenta questa città che ha un grande appeal per gli universitari perché ha atenei con grandi competenze, gli affitti a Torino sono comunque più bassi rispetto ad altre città e la Regione garantisce la copertura del 100 per cento delle borse di studio. Inoltre, una città per essere viva deve avere un forte appeal per la creatività, creando spazi di incontro, crescita, melting pot culturali e interdisciplinari. Anche per questo abbiamo costruito un progetto con Università, Politecnico, Fondazioni, Unione industriale e Camera commercio, oltre a Accademia e conservatorio, per la creazione di una Torino città creativa che sappia accompagnare le novità artistiche, immaginare percorsi multidisciplinari e si sappia vendere al resto del mondo con una robusta operazione di marketing territoriale. Un po’ come la Berlino del Poor but sexy di qualche anno fa.

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