Ieri su La Stampa – che ringrazio – è uscita  una intervista sul tema delle periferie.  Ho provato a rispondere nuovamente alle domande che mi sono state poste, ampliando un po’ il ragionamento. Buona lettura.

Parte importante della vostra azione era diretta sulle periferie. Con che risultati?

Anzitutto, dobbiamo chiarire cos’è una periferia. Viene descritta come un luogo lontano dal centro, ma se ad esempio vivi in Barriera di Milano e lavori alle Vallette, ecco che il tuo centro di riferimento cambia. Non si può nemmeno parlarne come di un luogo abbandonato, visto che fino a non troppo tempo fa il centro storico di molte città era in quello stato, prima delle riqualificazioni. Alcuni la definiscono corona urbana. Noi, con il progetto sulle periferie, abbiamo usato indicatori simili a quelli del rapporto Rota: capacità di produrre reddito, scolarizzazione, disoccupazione e differenze di salute e aspettative di vita. Siamo partiti con AxTo, la parte più forte e materiale per intervenire sulle periferie. Diciamo la parte hardware. Abbiamo ricostruito diverse aree, oltre al rapporto con i cittadini. Ora dobbiamo fare la seconda parte, quella software, e condensare tutte le conoscenze e le pratiche acquisite in un nuovo piano periferie, da studiare da settembre, in modo da continuare il lavoro.

Alcune azioni non le possono mettere in campo i comuni, ma devono arrivare dallo Stato. In quest’ottica, l’azione dei governi che hanno promosso il Bando Periferie era molto utile e interessante, ma lo sarebbe stato ancora di più se avesse avuto una continuità nel tempo. Per esempio mettere a disposizione un cifra iniziale, com’è stato fatto, stanziando poi altri fondi per mantenere vivi i progetti. Parlando sul caso di AxTo, oltre ai 18 milioni di euro per farlo partire (per arrivare con il cofinanziamento a 41) avere a disposizione un paio di milioni di euro annui per gli anni successivi. Con Axto, come dicevo, abbiamo risolto alcuni nodi: il recupero di aree residuali ad esempio come via Negarville, corso Taranto e Pietra Alta, le moltissime riqualificazioni, dalle strade alle scuole ai mercati, e lo sviluppo di tutta la parte immateriale fatta di accompagnamento sociale e culturale. Tutta una serie di azioni interessanti che ora andrebbero sostenute. Un governo che ha a cuore le fasce deboli della popolazione dovrebbe orientare le sue politiche nei termini dell’azione sociale: edilizia pubblica, riqualificazioni, messa in sicurezza del territorio, seguendo il Green New Deal per l’Europa, intervenendo sul patrimonio tutto. Anche perché quando un luogo è abbandonato continua a esserlo sempre di più, e gli stessi cittadini non sono più motivati a riappropriarsi degli spazi. Nelle periferie devono tornare, o essere potenziati, tre fattori. Anzitutto la bellezza, cosicché i luoghi siano gradevoli e possano essere vissuti, e questo si fa sia con le fioriere, che con i murales, che con la pulizia. Poi i servizi, importantissimi. E infine che la creazione di un senso di comunità a tal scopo ci stiamo attrezzando con strumenti come il Regolamento Beni Comuni e i Patti di collaborazione, che permettono ai cittadini di prendere in mano gli spazi passando dalle circoscrizioni, in modo da velocizzare le procedure. Anche Torino Spazio Pubblico è un progetto con il quale si può intervenire: penso al vivaio di via Perrone, dove i senior civici fanno crescere i bulbi di fiori che poi i volontari piantano per la città. una bella storia di mescolanza di persone di diversi quartieri che collaborano ad un progetto comune.

Si parla spesso di portare la cultura nelle zone più difficili. Perchè?

La cultura nelle periferie permette di far si che le persone affrontino i propri problemi e le proprie paure  incontrando altre persone, nell’ambiente protetto e protettivo della comunità che si sviluppa sulla conoscenza, sul senso di fiducia e di appartenenza territoriale. Inoltre, serve da stimolo per uscire di casa, per conoscere nuovi argomenti, per potersi scambiare visioni del mondo e costruire assieme alle altre persone, confrontandosi, la propria. E’ infine uno dei più importanti sistemi aggregativi. Penso alle esperienze di teatro comunità in Cascina Marchesa, o quelle del progetto Enzima, o ancora l’esperienza di Cristina Pistoletto o Bulgini in Barriera.

Non trova che, senza casa e lavoro, è arduo parlare di cultura?

Sono d’accordo che senza lavoro, casa e sicurezza è difficile di parlare di cultura. Ma credo che in questo momento quello di cui le persone abbiamo più bisogno sia la speranza. C’è la paura di non arrivare a fine mese, di non trovare un impiego, della propria sicurezza personale, delle crisi economiche, dei cambiamenti climatici e della distruzione dell’ambiente. Ecco, tra le cose che danno sicurezza non c’è solo la parte materiale. Il pane ti dà da mangiare, ma il senso della vita lo costruisci anche a partire da altre cose. Bread and Roses, si diceva.

Ma cosa vuol dire portare la cultura in periferie, concretamente?

Un esempio pratico? Proporrò un progetto di Università della strada. Vale a dire la possibilità che persone eminenti ma con capacità divulgativa tengano lezioni su determinati temi all’aperto, nei centri civici e in tutti gli altri luoghi di ritrovo, tra cui le zone franche che svilupperemo in vari punti della citta. Mi vengono in mente professionisti come Alberto Angela o come Christian Raimo. A breve ne parlerò con l’Università di Torino e con il Politecnico per capire come possiamo farlo.

Però il lavoro continua a mancare…

L’infrastruttura e i sistemi di raccordo sono uno dei grandi malati del lavoro in Italia: è difficile anche sapere dove andare a cercarlo. Per questo stiamo lavorando a un Patto per il lavoro, che proporremo a tutti gli attori economici e alle associazioni di categoria. Si basa su due progetti, che stiamo per presentare ad Anci, in collaborazione con altri comuni, per studiare come avviare i giovani all’impiego e alla formazione di avvicinamento al lavoro. Vorremmo arrivare a mettere a disposizione 60/70 borse lavoro per i ragazzi, che così entreranno in azienda e potranno crearsi una professionalità, pagati dallo stanziamento del progetto. Le possibilità devono fare paio con le opportunità. E’ fondamentale, e ci stiamo attivando, far conoscere nelle scuole, nei centri civici, nei centri del protagonismo giovanile e nelle case del quartiere tutti gli strumenti che le persone in generale e i giovani in particolare possono sfruttare. Ad esempio servizio civile, borse di studio per l’università e di lavoro, volontariato europeo, solo per citarne alcuni. Bisogna lavorare rendendo accessibili i servizi, anche nel senso di far sapere che ci sono. Uno dei pilastri su cui stiamo lavorando è ristudiare e riorganizzare l’Ufficio Giovani della Città in modo da far conoscere le opportunità che ci sono.

La zona nord è quella che soffre di più…

E’ vero che tutti i contatori del disagio brillano quando si parla dell’area nord, ma voglio sottolineare che quartieri come Barriera di Milano, e alcuni pezzi di Aurora, sono tra le zone con il maggiore protagonismo sociale. Penso alle reti delle case del quartiere, agli interventi dei comitati e del tavolo progettazione civica, ai centri del protagonismo giovanile, al volontariato interculturale, alle azioni delle circoscrizioni. Il che non vuol dire che si possano mettere in secondo piano gli altri problemi, ma questo è un punto da tenere in considerazione. Ho apprezzato la mixitè evocata dalla presidente Salerno. Io stesso con il mio fidanzato a breve andrò a vivere in Barriera.

Sicurezza e integrazione. Sono temi che vanno analizzati insieme?

Il tema della sicurezza c’è, ma ci sono molti modi in cui affrontarlo. Povremmo estendere pratiche come quelle già presenti in Circoscrizione 7, dove c’è un tavolo in cui, insieme all’istituzione, siedono anche cittadini e forze dell’ordine, e il dialogo è costante. Questo diminuisce il senso di abbandono. Ricostruire il senso di comunità a mio avviso vuole anche dire dare opportunità a chi c’è di sapersi parte di un territorio, conoscerne le regole e le opportunità e sentirsene la responsabilità. Anche e soprattutto per chi arriva da lontano, per cui ho sempre pensato servisse molto di più un decreto sullo ius culture che ti riconosce come cittadino con i diritti e i doveri, che un decreto sicurezza che ti condanna ad una vita di illeciti senza darti la possibilità di andartene. Il primo di da la speranza di un futuro, per te e i tuoi figli, il secondo ti condanna ad un limbo senza fine.

Forse davvero il segreto della speranza, e del rapporto tra centro e periferia, è tutto lì: ricordarsi che si vince o si perde tutti assieme, nessuno escluso.

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